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4 Dic 2008, 13:36

Il Circolo degli Artisti pieno così non si vede spesso. Fuori, alle 22.15, c’è la caccia al biglietto. Una ragazza ne vince uno a morra cinese, qualcuno invoca, disperato, la presenza di un bagarino.
Alle 22.45, quando i Massimo Volume tornano su un palco romano a sei anni dallo scioglimento, l’applauso sembra una liberazione.
C’è gente, glielo si legge in faccia, che ha passato sei anni aspettando questo momento. Ascolto qualche voce attorno a me, e la parola che rimbalza più frequentemente nell’aria è “commozione”.
Poi, quando attaccano i primi accordi di “Atto definitivo”, scende un silenzio religioso. Sarà così per tutto il concerto: un silenzio elettrico, attraversato da continui brividi.
Tutto sembra funzionare molto bene, tutto è tirato a lucido.
Perfetta l’interazione tra la batteria di Vittoria Burattini, il basso di Clementi, le chitarre di Egle Sommacal e del nuovo (ottimo) acquisto Stefano Pilia.
Soprattutto non un granello di polvere sembra essersi posato sulla voce di Emidio Clementi. Calda, precisa: una voce che più che cantare disegna un tratteggio di chiaro-scuri che si segue come imprigionati.
Un boato saluta le prime frasi de “Il primo Dio” (“C'è forza nella pioggia che bagna il bordo del lavandino / e le mie braccia tese, oggi.”).

Seguiranno, in ordine sparso, “La notte dell’11 Ottobre”, “Fuoco Fatuo” (con perfino un accenno di coro sul finale “Leo è questo che siamo?”, come fosse un concerto pop...), “Seychelles 81” e “Dopo che” da Club Privè, “Qualcosa sulla vita”, “La città morta”, e la straordinaria “Stagioni” tratte da “Da qui”. A coronare la serata una rarità: "Esercito di santi", mai apparsa su disco ma qui riproposta dal vivo.

I bis sono per una bellissima versione di “Alessandro”, “Roland, Thomas e io” dal primo “Stanze” e “Manatthan di notte”.

Un concerto che si segue a occhi chiusi, come invasi dalla forza litanica del cantato di Clementi, dai testi sempre sospesi tra la forza narrativa del particolare e l’universalità dell’immagine letteraria. Piccole storie sostenute dalle strutture circolari e ossessive delle chitarre, e dalla perfetta batteria della Burattini.

Energia controllata, che solo a tratti esplode in piccole vertigini post-rock, rese più preziose dall'uso parsimoniso che ne fa la band.

Pura forza espressiva, lontana anni luce dall’ossessione dell’intrattenimento che dilaga in tanti nuovi gruppi. I Massimo Volume sono pura emotività scarna, senza orpelli inutili, senza concessioni di sorta. Per questo il loro concerto è riconciliante con una certa idea di musica e di arte in generale.

Dopo il concerto Clementi rimane a chiacchierare con chi ha avuto la pazienza di aspettarlo: sorride, completamente soddisfatto della sua nuova creatura, che mai come oggi sembra lontana dalle stanchezze e dalle tensioni che ne avevano decretato lo scioglimento nel 2002.
Sorride, e tra le righe promette un nuovo disco: “Dobbiamo fare una cosa che sia nel suo tempo, nel 2008, ma senza perdere il linguaggio dei Massimo Volume... sarebbe un peccato”, dice.
Si, sarebbe un peccato.
Ma direi che si può essere ottimisti...

LA RECENSIONE E' APPARSA SU WWW.CRAKWEB.IT, dove trovate anche la nostra intervista a Clementi

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